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Surface Book 2 di Microsoft sfida apertamente Apple

Non è la prima volta che il team Surface riserva sorprese inaspettate, per quanto gradite, lanciando nuovi dispositivi in maniera del tutto inattesa. Era accaduto con il primo Surface Book, oramai risalente a 2 anni fa, un device di cui non era trapelato nulla e che nessuno in buona sostanza si aspettava. L’esperienza si è poi ripetuta con Surface Studio e con Surface Laptop, entrambi presentati dopo aver tenuto in un riserbo più totale i progetti e le relative date di uscita.

Complimenti meritati quindi per il controllo ferreo che a Redmond riservano sulla propria divisione prodotti di cui è sempre difficile, se non impossibile, prevederne le evoluzioni e le novità fino a quando….non vengono annunciate: mai una foto sfuggita per caso, mai una fuga di notizie imprevista, tutto è celato sotto una cappa di silenzio e di protezione che non ha eguali tra la concorrenza, Apple e Samsung incluse.

Ma che in Microsoft si lavori duramente sulla propria gamma di prodotti non è un mistero considerato l’alto valore di immagine, più che di fatturato, che ormai il brand Surface ricopre per Redmond.

Non a caso appaiono decisamente fuori luogo le ipotesi emerse nei giorni scorsi basate su opinioni più o meno interessate di alcuni manager di brand partner di Microsoft che prevedevano una possibile dismissione della divisione Surface per il 2019, esternazioni immediatamente smentite dalla stessa Microsoft e che alla luce di quanto è stato rivelato oggi sembrano andare in una direzione opposta alla realtà.

Già, perché oggi, in occasione dell’inizio della distribuzione del Major Upgrade di Windows 10, quel Fall Creators atteso con tante novità, il vulcanico Panos Panay, responsabile della divisione hardware in Microsoft e mente dietro la famiglia Surface, ha presentato il nuovissimo Surface Book 2, corposo aggiornamento del primo Surface Book lanciato 2 anni fa e che ha fatto tanto discutere per la sua doppia natura sia Laptop che Tablet.

Ancora una volta Surface fa parlare di se’ e si pone come riferimento assoluto di una certa categoria di prodotti, in questo caso dei laptop 13’’ e 15’’. Sì, per la prima volta Microsoft estende la sua gamma Surface verso l’alto con dimensioni maggiori, 15’’ per l’appunto, un formato finora mai toccato da Redmond, segno anche, se vogliamo, di quanto credano e siano sicuri del proprio brand.
Ma forse l’obiettivo è anche un altro, velatamente nascosto ma ormai chiaro agli occhi dei più. Perché creare un Laptop di assoluto riferimento per il mondo Windows sulla fascia Premium dei 15’’, una categoria di per se stessa di nicchia e di immagine, se non per scontrarsi direttamente con l’unico vero contendente in questo settore, quel Mac Book Pro 15’’ di Apple che finora ha quasi monopolizzato la categoria dei 15’’ di fascia molto alta se escludiamo qualche timida incursione di Dell con la sua gamma XPS 15’’ ?

Solo Microsoft in fondo può tentare l’impresa dato il prestigio e l’immagine media che la sua linea Surface ha ormai acquisito e che, in U.S.A. prima che altrove, viene identificata come principale concorrente di Mac e iPad.

E così ecco arrivare il nuovo Surface Book 2 in versione 15’’ a fianco del più classico 13,5’’, un vero e proprio mostro di potenza, di contenuto tecnologico ma che fa dell’eleganza, della qualità dei materiali e dell’integrazione hardware/software tipica dei prodotti Microsoft il vero tratto distintivo rispetto al resto e che, guarda caso, trova nel Mac Book Pro 15’’ l’unico vero antagonista della categoria.

Certo, con il nuovo Surface Laptop siamo in presenza di un qualcosa che supera e va oltre il classico laptop Premium medio grande considerata la sua natura anche convertibile con il grande display touch staccabile, ma poco importa, a livello di immagine il focus senza dubbio punta ad Apple e al suo 15’’ Pro.

Dunque perché spingersi così in alto, perché fare ancora una volta un prodotto di riferimento ma dal posizionamento prezzo di assoluto livello, quasi proibitivo potremmo dire, se non per produrre il meglio, se non per essere il riferimento assoluto, se non per concorrere con Apple ?
Non a caso una buona percentuale di Surface venduti hanno per acquirenti anche utenti Apple, clienti che apprezzano e ricercano la qualità, il design, l’integrazione hardware-software a cui sono abituati con la Mela e che, evidentemente, solo in un prodotto Microsoft possono ritrovare.

Ecco perché Surface continuerà nella sua strada, una strada di qualità, di innovazione, di riferimento, una strada di concorrenza ad Apple e questo, piaccia o non piaccia, sarà un bene per tutti.

Google foto da ora supporta le foto in movimento

Google Foto da oggi supporta anche la visualizzazione e la condivisione delle foto in movimento su più piattaforme, rendendo più semplice che mai la visione dei contenuti creati. Secondo un tweet del profilo ufficiale di Google Photos, le piattaforme Android, web e iOS memorizzeranno adesso tutte le foto in movimento create dai diversi dispositivi permettendo inoltre di visualizzarle e condividerle con altri.

La “Live Photo” è stata una caratteristica introdotta da Apple alcuni anni fa che permette al dispositivo di creare un breve video prima e dopo lo scatto di una foto. I contenuti sembrano essere delle normali foto ma, con la pressione del 3D Touch è possibile renderle animate visualizzando i diversi fotogrammi catturati. Per molto tempo è stata una funzione esclusiva di iOS, successivamente però anche Facebook ne ha abilitato il supporto per la visione (limitata però soltanto ad iPhone ed iPad).

Adesso che BigG ha introdotto il Motion Pictures con i nuovi Pixel 2 e Pixel 2 XL, l’azienda ha deciso di aggiornare la piattaforma Google Foto per poter introdurre la funzione all’interno del grande cloud utilizzato da miliardi di utenti. Per differenziarsi dalla società concorrente, il motore di ricerca ha deciso di inserire il supporto sia per le Motion Pictures che per le Live Photos.

 

Quindi, se avete un iPhone ed utilizzate da tempo l’applicazione di Google per archiviare i vostri contenuti multimediali, sappiate che da oggi potrete anche salvare le foto in movimento e condividerle con utenti Android o renderle visualizzabili anche dal browser del vostro PC. Lo stesso concetto, ovviamente, vale per gli utenti che decideranno di acquistare il nuovo Pixel 2 XL che arriverà in Italia.

Vi ricordiamo che è possibile scaricare o aggiornare l’applicazione Google Foto attraverso il Play Store o da AppStore. Di seguito trovate i link diretti alle due piattaforme:

Arriva a dicembre il nuovo Surface PRO con LTE, parola di Microsoft

Un nuovo Surface Pro vedrà la luce all’inizio del mese di dicembre. Non stiamo parlando di un modello del tutto inedito ed improntato su un salto generazionale più o meno marcato, bensì di quella versione LTE dell’attuale Surface che Microsoft ha promesso di voler commercializzare entro lo spirare dell’anno in corso. Il gigante di Redmond vuol insomma continuare a spingere sul <<nuovo Surface Pro>> ufficializzato lo scorso maggio e presentato come versione perfezionata e migliorata del precedente Surface Pro 4.

Se ricordate bene, il novero di caratteristiche del convertibile Microsoft faceva espresso riferimento alla presenza di un modello ad-hoc impreziosito dalla connettività LTE, atteso al debutto nell’immediato prosieguo e, comunque, entro la fine di questo 2017. Una caratteristica quest’ultima che fa indubbiamente gola a tutti gli <<irriducibili>> della mobilità e che, conseguentemente, hanno bisogno di poter sfruttare – per esigenze lavorative od anche per il semplice svago – una connessione dati in qualsivoglia luogo.

Ebbene, stando a quanto riportato in queste ultime ore da Neowin, sembra che Microsoft commercializzerà il nuovo Surface Pro con LTE a far data dal primo dicembre. Una notizia che, lungi dall’essere considerata come indiscrezione, può già guadagnare tutti i crismi dell’ufficialità, dal momento che annunciata  da un amministratore di Microsoft durante il corso di una sessione Ignite 2017.

Al momento non abbiamo informazioni relative alle caratteristiche hardware che accompagneranno sul mercato questa nuova versione, anche se Neowin prova ad abbozzare un primo quadro di specifiche, in attesa di conferme ufficiali da parte dello stesso produttore americano. La variante LTE di Surface Pro sarà infatti disponibile – a detta della fonte – nelle sole versioni con a bordo il SoC Intel Core i5, rispettivamente suggellate da 4 e 8 gigabyte di memoria RAM; nessuna speranza, dunque, di poter vedere la connessione dati all’interno dei modelli con processore m3 e dell’assai più costoso (ma prestante) Core i7.

Maggiori informazioni sui modelli Surface Pro LTE verranno ad ogni modo comunicati prossimamente, forse già in occasione dell’evento Future Decoded programmato a Londra.

iPhone8, iPhone o iFlop? E Samsung vola....

Vendetta, vendetta, e ancora vendetta, si saranno detti in Samsung, d’altronde è difficile non notare come l’accoglienza riservata all’ultimo iPhone 8 sia stata abbastanza tiepida. Niente, nulla, nada: i preordini stentano a decollare, nessuna grande attesa, nessuna fiumana, nessuna fila interminabile negli store della Mela per il consueto lancio annuale della nuova generazione di iPhone, rito ormai assodato e ciclico che sembra caratterizzare da quasi un decennio l’arrivo dell’autunno.

Per la prima volta il lancio di un nuovo melafonino non ha prodotto quello “spostamento di massa”, chiamiamolo così, tipico degli avvenimenti di questo tipo.

Apple iPhone 8 a rate

E così nei dintorni del colosso coreano, ma non solo forse, si staranno fregando le mani nel segno della riscossa. D’altronde come dimenticare il fatto che esattamente un anno fa la stessa Samsung era lei nell’occhio del ciclone con la vicenda Note 7 e i relativi problemi alla batteria, un vero e proprio flop di immagine prima ancora che commerciale? Oggettivamente la vicenda causò non pochi grattacapi al produttore coreano con un danno di immagine di non poco conto culminato nel sostanziale ritiro del prodotto dal mercato: insomma per la vicenda Note peggio non si poteva fare.

Ma l’anno della riscossa di Samsung è arrivato e il 2017 sta portando successi su successi al colosso coreano, quasi a voler cancellare le vicissitudini dello scorso anno. Non a caso con l’ultimo Note 8 appena arrivato sul mercato siamo in presenza di un salto evolutivo con un prodotto di assoluto riferimento per l’intero mercato e con l’introduzione del concetto di estensione dello smartphone al mondo PC sintetizzato dalla soluzione Dex.

Samsung Galaxy Note 8E il pensiero corre subito a Microsoft e al suo mitologico Surface Phone, in gestazione ormai da qualche anno, che dovrebbe sintetizzare il vero concetto di smartphone pc “no limits” con la possibilità di avere un vero pc su smartphone con relativi applicativi di categoria desktop e non semplici app mobile. Ma, come varie indiscrezioni hanno confermato, se ne riparlerà nel 2018 inoltrato e per ora la massima espressione di smartphone business con un possibile utilizzo che si avvicini vagamente al concetto di computer è rappresentato appunto dalla soluzione Samsung con il suo ultimo Note 8.

Surface Phone

Tornando ad iPhone e Apple, a Cupertino, al di là delle dichiarazioni formali, ci sarà preoccupazione per la domanda sotto le attese riservata al nuovo melafonino? Difficile a dirsi in quanto tutti gli occhi in realtà sono puntati sul prossimo iPhone X che la Mela rilascerà sul mercato non prima di Novembre e che secondo le opinioni di molti analisti sarebbe la causa principale della tiepida accoglienza riservata ad iPhone 8 da parte degli utenti.

D’altronde il posizionamento prezzo del prossimo iPhone X, non troppo distante rispetto al fratello minore, potrebbe aver spinto una parte della clientela ad attendere quella che è la vera novità di Cupertino, la vera star dello scorso keynote del 12 Settembre.

iPhone X potrebbe essere destinato a numeri impressionanti considerando anche la fascia prodotto e il prezzo a cui mediamente è proposto, pur non rappresentando, se vogliamo, nulla di realmente rivoluzionario rispetto a quanto già si conosce e si usa in campo smartphone. Peraltro la sola presenza di un display edge to edge di tipo OLED, l’aspetto che salta subito all’occhio, pur corredato con le altre novità introdotte da Apple, potrebbe già solo questo essere la ragione d’acquisto per tanti utenti tralasciando invece aspetti più profondi ma, se vogliamo, sicuramente più innovativi come per esempio l’adozione di una CPU A11 “Bionic” dalle prestazioni a dir poco eclatanti in grado di stracciare qualsiasi processore mobile attualmente sul mercato.

In fondo, quindi, questa potrebbe essere solamente la “calma prima della tempesta”, una tempesta in arrivo a Novembre e che potrebbe smentire le speranze di molti concorrenti di Apple e riaffermare un primato raramente messo in discussione.

Ma non tutto è già scritto e, invece, a Cupertino potrebbero essere in trepidante attesa con il piccolo timore che, in fondo, quanto sta avvenendo con iPhone 8 possa ripetersi tra un mese e mezzo con il fratello maggiore, seppur forse con proporzioni diverse.

Questo sì sarebbe un avvenimento, questo sì sarebbe un chiaro segnale che qualcosa è cambiato sul mercato anche per Apple, che i successi e i risultati ora non sono più così scontati.

D’altronde se la Mela portò nel 2007 la rivoluzione in ambito mobile dando il via al concetto di smartphone come finora lo abbiamo conosciuto non è detto che sia ancora una volta lei ad anticipare la next gen…o forse sì?

Nel frattempo, tralasciando per un attimo il classico e ormai stantio duello Apple-Samsung, dalle parti di Microsoft, da tempo in ritirata dal settore smartphone classico, qualcosa sembra sfuggire e in realtà sembra siano ormai in dirittura d’arrivo per quello che realmente sarà il primo smartphone PC. La strategia è ormai chiara: un silenzio quasi assordante nell’intento di far dimenticare rapidamente la vicenda Lumia per poi rientrare in grande stile con qualcosa di realmente innovativo a livello concettuale.

Ma, come dimostra Samsung, i concorrenti, peraltro ampiamente già affermati sul mercato, non staranno ad aspettare.

Vedremo se sarà la volta buona.

Tesla Model S 100D, il futuro è già qui ed è bellissimo

Tgcom24 ha avuto lʼoccasione (e la fortuna) di avere in prova per un weekend la Tesla S 100D, che ci ha fatto capire come la mobilità sostenibile al 100% elettrico non solo sia possibile, ma abbia anche grande fascino. Sì perché effettivamente, diciamolo, lʼelettrica non è che sia percepita come lʼauto dei sogni. Rispettosa dellʼambiente, certo. Futuristica, sicuramente. Ma non proprio una tipologia di vettura per cui impazzire dalla voglia di guidarla.

Weekend con Tesla Model SEd è proprio qui che entra in gioco la Tesla S 100D, perché nonostante sia unʼauto dalle dimensioni importanti in lunghezza e soprattutto in larghezza, è divertente da guidare come fosse una fuoriserie sportiva. Partiamo dalle prestazioni. Non è solo lʼimpressionante accelerazione ‒ la versione "P" scatta da 0 a 100 in 2,7 secondi ‒ degna di una sportiva, a scelta che volete voi ma di quelle “toste”. Non è tanto per la ripresa, forse non a livelli da Formula 1 ma di un bel V8 a benzina certamente sì. È che questa Tesla sta letteralmente incollata alla strada con una precisione negli inserimenti in curva e di rilascio in uscita letteralmente impensabile per una vettura che ‒ ricordiamo ‒ ha le dimensioni da ammiraglia di rappresentanza.

Il segreto sta nella combinazione di due fattori: il baricentro estremamente basso, perché il largo e lungo spazio tra le due ruote ospita lʼintero corpo batterie mentre il resto della vettura è in pratica tutto alluminio e carbonio, quindi leggerissimo; e il fatto che la vettura ha una reattivissima trazione integrale essendo dotata di due motori elettrici, uno per asse. Ne deriva ad esempio che i pesi sono ripartiti tra asse posteriore e anteriore in maniera quasi perfetta e guidare questa “berlinona” alla fine risulta facile come andare su un gokart. Il fatto che poi si sia immersi nel silenzio più totale rende il divertimento ancora più appagante. Ma come, direte, non si sente la mancanza del rombo del motore? La risposta che rende meglio lʼidea è quella al contrario: è quando si torna su una vettura spinta dal motore termico che ci sembra di colpo di essere tornati, se non proprio alla guida della automobile di Fred Flinstone, quantomeno ad una tecnologia vecchia, inutilmente rumorosa, inquinante e sopratutto inefficiente.

Qualche amico, vedendola, ha però fatto notare che gli interni non sarebbero a livello delle ammiraglie di altre marche. Effettivamente sembrano un poʼ spartani, ma bisogna considerare che tutto, dal Cx aerodinamico alla forma delle maniglie delle porte, è stato studiato per ottenere il massimo dellʼefficienza e della leggerezza, ai fini di aumentare il chilometraggio con una carica di elettricità. Quindi carbonio al posto della bella ma pesante radica, ad esempio. Il risultato? Interni supersportivi e tecnologici allʼinsegna della massima razionalità.

Questione autonomia, inutile girarci attorno: è ad oggi la spada di Damocle di qualsiasi vettura elettrica. Qui si fanno poco più di 500 km a vettura carica al 100%, reali, testati. Pochi? Tanti? Dipende. Sul sito Tesla potete dare unʼocchiata a quante colonnine supercharger esistono nella vostra zona. Un supercharger è una pompa di elettricità che ricarica 250 km in 25 minuti, il tempo di una sosta in Autogrill, e poi la app Tesla sul vostro telefonino vi avviserà quando ha finito. Oltre ai supercharger avete a disposizione molti punti di ricarica - circa 350 in Italia - in corrispondenza di alberghi e ristoranti, chiamati “destination charger”, posti specialmente nelle località turistiche per ricaricare la vettura durante una cena o la notte. Il consiglio è di utilizzare sempre il navigatore di serie, in modo che lʼauto possa calcolare da sola di quanta energia dispone e indicare il punto più vicino dove fare una ricarica in caso di necessità.

A questo proposito va detto che Tesla “fa il pieno” anche con una normale presa di corrente da 16 ampere nel garage di casa, ma certo più lentamente: noi abbiamo ricaricato circa 130 km in 8 ore con il cavo in dotazione e quindi si risponde con semplicità al quesito se convenga investire un migliaio di euro per installare una colonnina speciale di ricarica nel proprio garage. Costo di 530 euro più spese di elettricista (non fatelo da soli, sul sito Tesla cʼè lʼelenco di professionisti specializzati in questo lavoro). Diciamo che con una vettura il cui costo parte da 81mila euro e sale a seconda delle versioni, la spesa della colonnina vale decisamente la pena. Ma quanto costa un pieno? Altra domanda difficile, dipende da che contratti con il fornitore avete. Sicuramente con il prezzo della benzina intorno a un euro e mezzo, la convenienza dellʼelettrico è evidente.

Cose da dire su questa vettura ce ne sarebbero tante, per esempio che è sempre connessa a Internet e che il costo della connessione è compreso nel prezzo, e quindi lʼauto si aggiorna come fosse un telefonino. Si potrebbe dire che dal “suo” punto di vista è già pronta per la guida automatica o che dalla app dello smartphone, oltre a programmare aria condizionata e riscaldamento, si può far uscire la S 100D da sola da un parcheggio difficile. Oppure che con lo splendido schermo da 17 pollici controllate tutto ma proprio tutto della vettura, e che in omaggio avete anche un abbonamento Spotify premium da ascoltare su un impianto stereo da urlo nel più assoluto silenzio.

Qui ci premeva verificare una cosa: può una macchina elettrica farci venire il prurito ai polpastrelli dalla voglia di guidarla? Può essere una macchina per appassionati? La risposta se non si era capito è sì: il futuro è già qui ed è bellissimo. E se la Tesla Model S costa troppo, non resta che aspettare la “piccola” Model 3 in arrivo in Europa lʼanno prossimo per vedere se è anche per tutti.

Sergio Bolzoni

Le 4 mosse di Google per favorire gli abbonamenti ai giornali online

Il più chiaro, nell'esprimere quella che era insieme un'esigenza e un auspicio, era stato Frederic Filloux. Il 20 febbraio scorso, in un intervento, l’editor di Monday Note sosteneva che "Google e Facebook, applicando le loro tecnologie agli antiquati sistemi di abbonamento degli editori [avrebbero potuto] creare un ecosistema sostenibile” per le notizie online. Una nuova "disruption", la chiamava: l'ennesima, per un settore – quello delle notizie – che vive mutamenti sistemici a velocità raramente viste prima.

 In questa direzione – verso una inedita attenzione per contenuti a pagamento – si è mosso l’annuncio di Facebook di qualche giorno fa. Ora Google svela i suoi piani.

 Che si tratti di una mossa quanto mai necessaria, per gli editori, lo spiegano una serie di dati e di dichiarazioni. Dati come quello relativo alla vendita di pubblicità digitale: negli Stati Uniti Google e Facebook assorbono l’intera crescita del settore, ed erodono lo “stock” preesistente – in sostanza: le aziende spostano i loro investimenti pubblicitari verso I due titani, diminuendo l’attenzione per riviste e quotidiani online. Dichiarazioni come quella di Jon Slade, Chief Commercial Officer di FT: “E’ chiaro che la pubblicità da sola non può più pagare per la produzione e la distribuzione di giornalismo di alta qualità, mentre allo stesso tempo il bisogno della società di giornalismo indipendente sostenibile non è mai stato così elevato. Il fatturato basato sul lettore, anche detto contenuto a pagamento o servizio in abbonamento, non è quindi solo desiderabile, ma è piuttosto una componente essenziale della composizione del fatturato di un editore”. 

Di fronte a uno scenario di questo tipo, secondo quanto spiegato da Richard Gingras, Vp News di Google, “le ricerche mostrano che le persone stanno cominciando ad abituarsi a pagare per le notizie”: ma gli editori hanno notevoli difficoltà in moltissime aree legate a questa (relativamente nuova, almeno in Italia) area di business. Dalla percezione di sé come di un business customer-oriented alla capacità di rendere agevole l’abbonamento con pochissimi passaggi; dall’abilità di analizzare in modo differenziato I dati di lettura di abbonati e non, e orientare su questo eventuali decisioni, alla capacità di trovare nuovi potenziali abbonati, le testate – specie quelle tradizionali – mostrano qualche difficoltà di fronte a questo ennesimo riadattamento.

 Quanto annunciato da Google prova a rispondere ad alcune di queste esigenze. Qui sotto proveremo a raccontare come, e sottolineeremo alcuni punti di forza e altri punti più problematici di queste mosse. 

La prima – per scadenza: avverrà già nel corso di questa settimana; non per importanza – è la decisione di abolire il cosiddetto “first click free”: di fatto, una regola che Google imponeva agli editori, chiedendo loro di fornire un minimo di 3 articoli gratuiti al giorno attraverso Google Search e Google News prima di mostrare il paywall agli utenti. Questo sistema sarà sostituito con un “flexible sampling” – ogni editore sceglierà quanti articoli gratuiti garantire ai lettori. Una mossa importante? Sicuramente. Ma che segue anche una progressiva sensibilizzazione degli editori per modelli in qualche modo intrinsecamente flessibili: andavano in questa direzione le mosse di un editore come l’FT, che ad esempio permette di “bucare” il proprio muro a chi riceva un articolo “in regalo” da un abbonato. L’impressione, insomma, è che su questo terreno ci si incontri piu’ che a metà strada. 

Le tre mosse che saranno attuate successivamente – attraverso una “suite di prodotti”, come ha detto Gingras – sono decisamente piu’ rivoluzionarie. 

"Stiamo esplorando come il machine learning di Google possa aiutare gli editori a riconoscere potenziali abbonati e proporre l’offerta giusta agli interlocutori giusti e nel momento giusto", ha spiegato Gingras. In altre parole: l'intelligenza artificiale potrebbe segnalare agli editori lettori potenzialmente interessati a un abbonamento, e aiutarli a ottimizzare le offerte da proporre. Come? Gingras non lo ha detto – “lo stiamo ancora studiando” – ma leggete Filloux, per farvi un’idea: “Se Google e Facebook vogliono davvero, come sostengono, contribuire a un ecosistema sostenibile per le notizie, entrambi dovrebbero permettere agli editori di vendere abbonamenti sulle loro piattaforme (prendendo una percentuale, ovviamente). Google potrebbe farlo facilmente, adattando l’infrastruttura di Google Play. Ma al posto di limitare queste vendite al proprio store online, Google potrebbe rendere le offerte disponibili direttamente attraverso storie che appaiono su Google News o Google Search. Per “offerte”, intendo una moltitudine di offerte indirizzate in modo dinamico, grazie a “data point” che il motore di ricerca possiede, legati a ogni utente”.

Per intendersi: Google sa, ad esempio, se chi sta compiendo una ricerca vive in una zona ricca o povera di una città, e potrebbe fare in modo che una stessa testata possa offrire un abbonamento a un prezzo pieno al primo, e enormemente scontato al secondo. (Teoricamente anche Facebook potrebbe farlo: ma il suo annuncio non va in questa direzione). Si tratta di un tema di enorme importanza, dal punto di vista dell’editore (è chiaro che una campagna di abbonamenti sarebbe enormemente piu’ efficace, se in grado di comportarsi in questo modo); ma anche di enorme delicatezza, dal punto di vista della privacy. Non a caso, consapevole della linea sottile sulla quale ci si muove, Gingras ha subito sottolineato come “questo sforzo avverrà nel massimo rispetto della privacy”. 

La seconda mossa decisiva è quella di una ipersemplificazione del meccanismo – oggi, nella maggioranza dei casi, estremamente farraginoso – di abbonamento sul sito di un quotidiano. L’idea di Google è di sfruttare “le nostre attuali tecnologie per l’identità e i pagamenti per aiutare le persone ad abbonarsi ad una testata con un solo click e poi accedere al contenuto di questa testata dovunque - che sia dal sito o dalla app dell’editore oppure da Google Edicola, Google Ricerca o Google News”. In altre parole: se colpisco il paywall di un giornale, e decido di abbonarmi, Google fornirà un “autocomplete”, mettendo a disposizione i dati che l’utente gli avrà già dato (ad esempio, su Google Play) per rendere più semplice l’abbonamento alla testata prescelta. 

Si tratta di una serie di passaggi notevole per almeno due motivi. Il primo: non riguarda piattaforme Google, ma il sito di ogni singolo quotidiano che offre un abbonamento. Questo significa che i dati personali dell’abbonato, compreso quello – decisivo – della sua carta di credito, passano da Google al quotidiano, che potrà poi gestirli. Una distanza notevolissima rispetto, ad esempio, a iTunes. 

Il secondo: l’annuncio di Facebook di qualche giorno fa, che parlava di semplificazione nel sistema di sottoscrizione di un abbonamento, riguardava gli Instant Articles. Google continua a operare, e spingere, al di fuori del “walled garden” di Facebook, in quello che chiama “open web”.

 La terza e ultima mossa annunciata da Gingras riguarda la possibilita’ di “aiutare” il lettore a sfruttare il suo abbonamento, una volta sottoscritto. Come? Con un sistema che “premierà”, nelle ricerche del lettore abbonato, i risultati provenienti dalla testata cui si e’ abbonato. Di nuovo, rischi e potenzialità - al di là dell’impatto per la SEO - sono trasparenti: la potenzialità, per gli editori, è quella di garantirsi traffico “prezioso” da parte dei propri abbonati, potendo in questo modo studiarne ancor più attentamente i comportamenti e fornendo loro prodotti e servizi con maggiore precisione; tra i rischi c’è quello di un ulteriore raffinamento della “filter bubble” già attiva, e legata alle mie ricerche pregresse - se mi abbono a un giornale di estrema destra, e cerco notizie su un determinato argomento, quanto spesso capitero’ su contenuti che non fanno eco alle mie convinzioni – e dunque in grado di farmi, potenzialmente, cambiare idea? 

Il rilascio dei prodotti non avverrà immediatamente, e ci saranno “beta” negli Stati Uniti e in Europa. Gingras ha annunciato che l’intero progetto dovrebbe essere funzionale entro la metà del 2018. La disruption, l’ennesima, è in arrivo.

Amazon arriva in Toscana e assume per consegnare entro 24 ore

CALENZANO. «Sì, Amazon apre proprio qua». Mentre il cancello blu automatico si apre, il giovanotto ce lo conferma con il sorriso sulle labbra. Il ragazzo si presenta alle guardie giurate per lasciare le generalità prima di entrare nel piazzale. Ma di Amazon sanno anche i due vigilantes all’ingresso.

Per essere un sabato pomeriggio, si nota un insolito fermento in via Baldanzese, a Calenzano, comune della periferia fiorentina. Furgoni che entrano ed escono dall’area del deposito occupato fino a qualche mese fa da un’azienda di trasporti. Gli autisti che guidano i mezzi indossano la pettorina di Delivery Mates, l’azienda inglese di corrieri sbarcata recentemente in Italia proprio per le consegne a domicilio di Amazon. Non ci sono più dubbi. Il colosso degli acquisti on line ha scelto Calenzano, a due passi dal casello autostradale, per aprire il primo magazzino di smistamento in Toscana e garantire consegne più veloci e puntuali, anche nell’arco di 24 ore.

LO SBARCO IN TOSCANA

Si tratta della la quarta in Italia, dopo i centri di Avigliana (Torino), Milano e Origgio (Varese) inaugurati nel 2016. Il gigante dell’e-commerce con base a Seattle in Toscana si piazza in una zona strategica per la vicinanza all’autostrada, dove sono pochi i capannoni rimasti liberi. Le voci corrono, da settimane negli ambienti della logistica toscana si parla di un’apertura imminente, addirittura a fine ottobre. Ma accanto agli stabilimenti della storica azienda di profumi Manetti & Roberts, nessuna insegna annuncia ancora l’arrivo di Amazon. Si parla anche dell’apertura di un altro magazzino a Pisa, a Migliarino, sempre nello stesso periodo, a servizio delle attività sulla fascia costiera. Questo porterebbe lavoro, molto lavoro, al settore della logistica: Amazon non ha mezzi propri ma farà girare per le strade le flotte messe a disposizione dagli spedizionieri scelti come partner.

NO COMMENT

Tutto partirà da Calenzano, da questo magazzino di circa 7mila metri quadrati dove si svolgerà l’attività di smistamento dei tanti articoli destinati alle nostre case con un semplice clic. Tuttavia, Amazon Italia preferisce non commentare l’apertura: dall’ufficio logistica fanno sapere che «la politica dell’azienda è quella di comunicare le nuove aperture solo a ridosso dell’evento». Né conferme, né smentite. Dal canto suo, il sindaco di Calenzano Alessio Biagioli ammette di non aver avuto ancora contatti con Amazon ma di averne sentito parlare negli ambienti degli immobiliaristi locali. In realtà, il deposito che ospitava fino a pochi mesi fa l’azienda di trasporti “Zust Ambrosetti” potrebbe essere operativo fin da subito senza quelle modifiche di tipo strutturale che necessitano di permessi comunali per lavori.

CONSEGNE IMMEDIATE

Il magazzino di Calenzano dovrebbe servire, comunque, a un servizio che Amazon ha lanciato per la prima volta in Italia: il servizio Prime che prevede consegne entro 24 ore dall'ordine arrivato via computer.

LE ASSUNZIONI

Il nuovo centro creerà nuovi posti di lavoro sul territorio, anche se a tempo determinato (soprattutto per il picco di attività invernale). Non pare un caso che in questo periodo la società Manpower di Prato stia selezionando per una multinazionale della logistica 200 magazzinieri disponibili al lavoro notturno 5 notti su 7, nella zona tra Prato e Firenze. L’agenzia di somministrazione del lavoro non rivela il nome della multinazionale ma la ricerca di un contingente così massiccio potrebbe essere collegata al fabbisogno di personale di Amazon o per un corriere partner. Non solo. Anche Delivery Mates, società di trasporti che lavora per Amazon, in questo periodo cerca autisti e corrieri espressi con patente B per consegne a domicilio a Firenze ( QUI PER CANDIDARTI ).

UE "omette" i risultati sullo studio sulla pirateria

Nel 2014, la Commissione Europea ha pagato alla società di consulenza olandese Ecorys ben 360.000 euro per la ricerca degli effetti della pirateria sulle vendite di contenuti protetti da copyright. La relazione finale è stata ultimata nel maggio 2015, ma – secondo il blog dell’eurodeputata Julia Reda, del Partito Pirata tedesco – per qualche ragione non è mai stata pubblicata.

Il rapporto di 300 pagine sembra suggerire che non vi siano prove a sostegno dell’idea che la pirateria abbia un effetto negativo sulle vendite di contenuti protetti da copyright (con alcune eccezioni per i blockbuster di recente pubblicazione). Il report afferma quanto segue: “In generale, i risultati non mostrano prove statistiche attendibili della variazione delle vendite per violazione dei diritti d’autore online. Ciò non significa necessariamente che la pirateria non abbia alcun effetto, ma solo che l’analisi statistica non dimostra con sufficiente affidabilità che vi sia un effetto. Un’eccezione è la conseguenza dei film recenti di prima visione. I risultati mostrano un calo del 40%, il che significa che per ogni dieci film recenti proiettati illegalmente, quattro di questi non vengono visionati legalmente”.

Sul suo blog, Julia Reda afferma che un simile studio è fondamentale per le discussioni sulle politiche in materia di copyright, dove l’opinione generale è che la pirateria ha di solito un effetto negativo sui redditi dei titolari dei diritti, criticando anche la riluttanza da parte dell’UE a pubblicare il rapporto affermando che probabilmente non lo avrebbe rilasciato per diversi anni se non fosse stato per l’accesso ai documenti richiesti nel mese di luglio.

“Tutti i dati disponibili suggeriscono che la Commissione ha scelto attivamente di ignorare lo studio, fatta eccezione per la parte che si riferiva alla loro agenda: in un articolo accademico pubblicato nel 2016, due funzionari della Commissione europea hanno segnalato un nesso tra la perdita di vendite per i blockbuster e il download illegale di tali film. Non sono riusciti a rivelare, tuttavia, che lo studio su cui si basava la ricerca riguardava anche la musica, gli ebook e i giochi, dove non è stato trovato alcun collegamento. Al contrario, nel caso dei videogiochi, lo studio ha rilevato il collegamento opposto, indicando un’influenza positiva del download illegale di videogiochi sulle vendite legali”, afferma Reda in un’intervista rilasciata alla redazione di The Next Web.

“Ciò dimostra che lo studio non è stato completamente dimenticato dalla Commissione. Inoltre, non sono riusciti a rispettare per due volte il termine per rispondere alla mia richiesta di libertà d’ informazione. Non si può evitare il sospetto che la Commissione abbia intenzionalmente soppresso la pubblicazione di ricerche finanziate con fondi pubblici perché i fatti scoperti erano scomodi per la loro agenda politica. È difficile dire se questo studio avrebbe influenzato la prossima riforma del copyright. Non è il primo studio che mette in discussione la saggezza convenzionale secondo cui la violazione del copyright è sempre negativa per le imprese, e purtroppo le prove accademiche non sempre influiscono sulla definizione delle politiche così direttamente come si spera […] Nonostante tutte le parole pagate per una presunta “migliore regolamentazione” basata su prove concrete, il lobbismo e l’ ideologia dell’ industria sembrano ancora esercitare un’ influenza più forte sul processo legislativo della Commissione”, ha concluso.

Lo staff di The Next Web ha anche provato a contattare gli autori dello studio e il suo referente presso la Commissione UE, ma si sono rifiutati di rilasciare qualsiasi tipo di dichiarazione.

Nuovo brevetto per la surface pen di Microsoft

Microsoft e Samsung hanno finora avuto 2 approcci molto differenti per le loro penne o stilo da affiancare all’uso dei loro tablet.

La prima ha sempre favorito l’ergonomia e la comodità d’uso producendo una penna di una certa dimensione e, proprio per questo, non inseribile direttamente nel case del tablet ma agganciabile magneticamente sul lato, la seconda invece ha scelto una soluzione di alloggiamento più comoda all’interno del tablet o Note stesso ma, in questo caso, utilizza una stilo di dimensioni molto più compatte a discapito quindi della comodità d’uso e dell’impugnatura.

Ora emergono dalla rete nuove immagini di un brevetto Microsoft per la produzione di una nuova stilo che possa mantenere le caratteristiche d’uso tipiche della Surface Pen attuale con la possibilità di inserimento direttamente nel corpo del tablet.

Il brevetto pone l’attenzione sulla possibilità di avere una penna con struttura ruotabile tale per cui una sezione possa essere appunto racchiusa nell’altra per consentire una riduzione delle dimensioni per un alloggiamento interno al case del tablet o laptop.

Una volta estratta, parte della sezione della stilo verrebbe ruotata per tornare alle dimensioni originali mantenendo quindi i tipici plus ergonomici delle penne di una certa dimensione.

 
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Un’altra soluzione proposta riguarda invece la possibilità di aprire la penna in 2 mezze sezioni tra loro unite in modo da dimezzarne lo spessore e consentirne l’alloggiamento nel case del tablet. Una volta estratte le 2 parti verrebbero riunite tra loro con un movimento di chiusura per assumere nuovamente la forma della penna classica.

Una terza soluzione presentata prevede invece sostanzialmente una stilo strutturata come mezzo cilindro da alloggiare sempre all’interno del tablet. La particolarità in questo caso è che invece di avere 2 sezioni separate che si richiudono avremmo un’unica sezione interna che ruota e chiude l’altra metà.

Il brevetto, risalente a Marzo 2017, come sempre succede in questi casi non è garanzia di una futura produzione ma è comunque indicativo di come Microsoft stia puntando sulla propria Surface Pen cercando di evolverne e affinarne l’uso.

Intel annuncia ufficialmente i processori desktop Intel Core di 8 Generazione

La società Intel ha da poco annunciato che i suoi processori Core di ottava generazione saranno disponibili dal 5 ottobre 2017. Simile alla generazione precedente, i processori di ottava generazione andranno da Intel Core i3 a Intel Core i7. Per la prima volta, la società venderà il primo processore Intel Core i5 a 6 core e il primo processore Intel Core i3 a 4 core.

Insieme con i normali processori, Intel sarà anche la vendita di processori sbloccati “K”, per un totale di sei nuovi prodotti: Core i3-8100, Core i3-8350K, Core i5-8400, Core i5-8600K, Core i7-8700 e Core i7-8700K.

Tutti i nuovi processori presentano compatibilità con la nuova piattaforma Z370, mentre non possono essere utilizzati sulle motherboard Z170/Z270, così come le precedenti CPU Kaby Lake non possono essere utilizzate sulla Z370: l’azienda ha spiegato che l’incompatibilità è dovuta alla distribuzione dell’energia e alle alterazioni del package e un maggiore supporto di memoria.

La società sostiene inoltre che i processori di ottava generazione offriranno fino al 25% in più di frame al secondo sui videogame rispetto ai processori Intel Core di 7a generazione. Inoltre, l’editing di video a 360 gradi 4K sarà fino al 32% più veloce rispetto alla generazione precedente.

Intel Core i7-8700K è il processore più potente di questa gamma ed è in grado di ottenere una frequenza turbo mono-core massima di 4,7 GHz, la frequenza più alta mai raggiunta, grazie alla tecnologia Intel Turbo Boost Technology 2.0.